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CAPITANI SI NASCE, O SI DIVENTA?
Una squadra, per essere considerata grande, ha bisogno di una guida carismatica, un leader in grado di gestire i momenti difficili di una partita, ma anche di godere assieme ai propri compagni di una vittoria. Un uomo faro, insomma. I gradi di capitano si guadagnano sul campo e prima ancora durante gli allenamenti quotidiani, considerando ogni singola seduta e ogni singola partita come se fossero i più importanti della carriera.
Di questo (e altro) abbiamo parlato con Marco Bollesan e Marco Bortolami. Il primo vanta 47 presenze in azzurro tra il 1963 e il 1975, quando fu il “capitano coraggioso” e l'autentica guida del pacchetto di mischia azzurra in una fase in cui il rugby in Italia non conosceva il professionismo. Il secondo, invece, è stato il più giovane capitano azzurro e attualmente detiene il record di partite giocate con la "fascia" insieme a Giovannelli (37).
Marco Bollesan
Che cosa ha significato per lei essere capitano della Nazionale?
“Giocare in azzurro, non solo come capitano, aveva per me una grande importanza. Ai miei tempi l’Italia, intesa come Nazionale, giocava poche partite all’anno e di conseguenza, farne parte era un grosso privilegio”.
Anche se era una squadra che non conosceva il professionismo?
“A maggior ragione. Tutte le partite che ho giocato hanno sempre avuto una notevole presenza di pubblico. C’era una grande attenzione nei nostri confronti. Ora è scoppiata la cosiddetta rugby mania, per fortuna, ma i valori non sono cambiati. C’era grande entusiasmo anche allora, anche se la gente non capiva bene le regole del gioco”.
Essere capitano allora ed esserlo ora è la stessa cosa?
“Sì, credo non sia cambiato nulla. Per me rappresentare l’Italia era un onore ed esserne il capitano lo era ancora di più. Io ho partecipato alla prima tournée in assoluto giocata in Sudafrica (nel 1973, ndr), non può nemmeno immaginare il mio orgoglio. Il capitano, oggi come allora, è l’emblema di una squadra”.
Come si diventa capitano di una squadra?
“Solitamente viene nominato capitano il giocatore con il maggior numero di presenze, l’uomo di maggior spicco. A me è capitato di essere fatto capitano nonostante, all’epoca, ci fossero giocatori con più presenze. È la scelta dell’uomo più che del capitano in sé, deve avere grandi capacità emotive e motivazionali”.
Quale deve essere la sua maggior capacità?
“Deve saper raschiare il barile, saper tirare fuori qualcosa in più da ogni giocatore”.
Cosa significava guidare una squadra nettamente inferiore alle altre?
“Mi identificavo in un combattente, lottavo al massimo delle mie capacità, mi sentivo il capitano di una nazione. Il mio amore per quel ruolo mi permetteva di andare oltre. Quando sei il leader gli altri giocatori ti seguono e di conseguenza la soddisfazione è maggiore”.
Com’è cambiata la nazionale rispetto ai suoi tempi?
“Le differenze sono molte, ora siamo in un circuito professionale e professionistico. Voglio dire che adesso sia la preparazione atletica sia le situazioni tecniche sono molto diverse. I giocatori sono degli atleti, possono fare gli atleti, ai miei tempi non era così. In questo momento l’allenamento settimanale è composto da sette o anche otto sedute, prima, al massimo, ci si allenava tre o quattro volte. Io, come tutti i miei compagni, avevo un lavoro e poi, solo in un secondo momento veniva il rugby, poi ognuno decideva di gestirsi come meglio credeva, io quando finivo con i miei compagni continuavo da solo”.
Quindi la differenza sta solo nella preparazione atletica?
“No, con questo voglio dire che, giocando contro formazioni internazionali, tecnicamente e fisicamente superiori, dovevi necessariamente avere una base fisica di un certo livello, e noi dovevamo dare sempre il massimo, anche qualcosa in più”.
Quale futuro vede per la Nazionale?
“Sono molto ottimista, la vedo bene, abbiamo una base interessante, i nostri giocatori sono di buon livello. Il problema è che, però, i migliori giocano in altri campionati e conseguentemente il nostro torneo, il Super 10, ne risente. Se noi riuscissimo a tenere i nostri campioni sarebbe meglio”.
In tutti gli sport, i migliori giocatori giocano nei campionati migliori, non c’è niente di strano…
“Questo è vero, ma così facendo manca sempre una crescita del movimento di base, gli stranieri che arrivano alzano un po’ il livello del Super 10, ma la differenza, rispetto ai campionati anglosassoni e a quello francese, è notevole”.
Una buona Nazionale e un campionato non proprio all’altezza, giusto?
“Dico solo che la Nazionale non è paritetica al campionato. Se i nostri giocatori migliori decidessero di rimanere qui cambierebbe qualcosa, anche gli altri atleti ne gioverebbero, essere schierati in campo al fianco di certi uomini dà forti motivazioni”.
Visto che abbiamo parlato di azzurri e di capitani le chiedo un parere su Bortolami e Parisse.
“Credo che il valore dei due non possa essere discusso. Marco è il giusto mix di capacità tecnica ed esperienza, incarna esattamente tutti quei valori di cui abbiamo parlato prima. Per quanto riguarda Sergio, invece, è forse un po’ troppo giovane. Secondo me la crescita di un giocatore deve avvenire sul campo, un leader, ma anche e soprattutto un uomo in grado di trasferire ai compagni dei concetti tecnici, morali, ma anche caratteriali. La guida di una squadra non deve essere forte solo con la palla in mano, ma deve essere il primo a placcare, a lottare. Il capitano deve anche lui arricchirsi di certi valori per poi trasmetterli agli altri. Per questo dico che Sergio è un po’ troppo giovane, non è il guerriero che ho in mente io, ma tecnicamente è indiscutibile, un giocatore di valore assoluto”.
Marco Bortolami
Cosa si prova a rivestire un simile ruolo?
“É un grandissimo onore, credo che sia il ruolo più importante per la carriera di uno sportivo e posso garantire che ha un fascino tutto particolare. Io sono stato nominato capitano a soli 21 anni e per me è stato davvero gratificante”.
Quali doti deve avere un buon capitano?
“Non è semplice giocare con la fascia al braccio. Richiede moltissime energie psicologiche e nervose. Devi pensare a te, ma allo steso momento devi cercare anche di guidare i tuoi compagni. Non si tratta soltanto di parlare con gli arbitri e condurre la squadra ad una vittoria. La partita è solo l’ultimo momento di un lavoro che dura mesi, anche durante gli allenamenti. Il livello di concentrazione deve essere sempre molto alto”.
Conta di più essere carismatici o forti tecnicamente?
“Entrambe le cose, ma credo che sia fondamentale avere delle qualità sopra la media. Voglio dire che è importante anche il lato umano della persona, è necessario avere un grande trasporto agonistico, ma non bisogna dimenticare la lucidità e la calma. Gli aspetti psicologici e caratteriali forse contano più dell’aspetto fisico e tecnico”.
Sei capitano anche del tuo club, il Gloucester. È un ruolo che hai nel Dna?
“Mi piace, non ci sono dubbi, lo sono stato anche quando ero in Francia a Narbonne e posso dirti che è motivo di orgoglio ancora maggiore quando ti consegnano la fascia all’estero”.
Ti è dispiaciuto cedere il passo a Parisse in Nazionale?
“Sì. Ma posso dirti che ne ho parlato con l’allenatore e non c’è mai stato nessun problema. Io in campo cerco di dare sempre il massimo, non cambio il mio atteggiamento. Il confronto è alla base di un buon gruppo e tra me e Sergio non è cambiato nulla”.
Bollesan sostiene che tu incarni perfettamente questo ruolo…
“Sono attestati di stima importanti per me. Mi fa piacere, ma posso dirti che all’inizio, quando ero molto giovane, non è stato facile. Ricevetti anche molte critiche, ma giocare in squadra con uomini di spessore tecnico e morale come Govannelli e Troncon mi ha aiutato moltissimo. Ho imparato molto da tutti i compagni con cui ho giocato, hanno avuto per me la stessa importanza, nessuno escluso. Quello che più conta è il confronto a viso aperto, un buon gruppo si crea proprio così”.
Marco Trozzi
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